Già nel 2014 Janez Potočnik, commissario per l’Ambiente del secondo mandato della presidenza Barroso, nel presentare agli stati membri il nuovo piano per il riciclaggio dei rifiuti urbani e degli imballaggi, affermò: «Nel Ventunesimo secolo, (…) si utilizzano ancora sistemi economici lineari ereditati dal Diciannovesimo secolo. Se vogliamo essere competitivi dobbiamo trarre il massimo dalle nostre risorse, reimmettendole nel ciclo produttivo invece di collocarle in discarica come rifiuti». L’economia circolare si basa esattamente sul principio secondo cui tutte le attività sono organizzate in modo che i “rifiuti” di qualcuno diventino risorse per qualcun altro.
Le iniziative che rientrano nel perimetro della sharing economy possiedono poche ma distintive caratteristiche:
1) Promuovono lo sfruttamento pieno delle risorse incoraggiando l’accesso invece della proprietà e il riuso invece dell’acquisto.
2) L’azienda che offre soluzioni di questo tipo è una piattaforma abilitatrice che non eroga servizi o prodotti dall’alto verso il basso ma mette direttamente in contatto chi cerca con chi offre e diventa veicolo di reputazione, fiducia e appartenenza.
3) Gli asset che generano valore per le piattaforme (beni e competenze) appartengono alle persone e non all’azienda, come avviene invece nelle aziende tradizionali.
4) La collaborazione è al centro del rapporto fra i pari (P2P). Le persone attraverso questi servizi entrano in relazione fra loro collaborando.
5) E’ un’economia che trova le sue basi nella tecnologia digitale, che oramai è sempre più condizione sufficiente e necessaria per lo sviluppo di iniziative imprenditoriali degne di essere chiamate tali.

4E’ chiaro dunque che sono le scelte fatte da milioni di consumatori ad incidere primariamente sulla diffusione di questo nuovo modello, favorendolo o ostacolandolo. E questo è l’assioma importante da cui scaturiranno le riflessioni di questo report sul secondo trimestre del 2016. E queste scelte di consumo sono date dall’insieme di variabili informative alle quali i consumatori hanno accesso: i range di prezzi dei prodotti già sul mercato e le regolamentazioni esistenti. Queste nuove forme di consumo sono spesso testate da aziende e cittadini e, se apprezzate, promosse a livello nazionale, regionale e locale. Tuttavia sul mercato online c’è bisogno di tempo per essere conosciuti e per l’instaurazione di un solido rapporto di fiducia. Come è affermato da Nielsen nel report annuale , se le transazioni online possono rendere più semplice l’acquisto di un libro, di un biglietto per un evento sportivo o una prenotazione di una camera d’albergo, costruire una customer base per le categorie dei “consumables” sono richiesti strumenti di marketing più efficaci. A tal proposito, nell’ambito del discorso sull’economia circolare, forme innovative di consumo possono senza dubbio dare luogo a nuove opportunità derivanti, ad esempio, a) dalla condivisione di prodotti o infrastrutture, b) dal processo di “servitization” per cui un prodotto non viene più proposto o venduto da solo, ma erogato in combinazione con un servizio e c) dal maggiore utilizzo di piattaforme digitali per il commercio. La maggiore disponibilità di piattaforme collaborative 2.0 ha portato ad uno spostamento di una parte dei consumi dal segmento retail a quello online, generando quel fenomeno che oggi chiamiamo e-commerce. Nonostante l’Italia sia, secondo i dati Nielsen aggiornati a gennaio 2016 , il Paese con il più alto tasso su scala globale di acquirenti online che scelgono di comprare prodotti oltreconfine (79% vs dato medio a livello globale pari a 57%, media Europa 65%), per ciò che riguarda le tipologie di prodotto acquistate online primeggiano i viaggi e libri/musica (rispettivamente 49% e 48%), fanalino di coda restano i prodotti alimentari, nello specifico: gli alimentari in confezione (8%), il cibo da asporto (6%) e i cibi freschi (2%). Quest’ultimo dato è largamente inferiore a quello della media europea (14%). Le categorie afferenti i c.d. “consumables” non riescono a raggiungere il livello di rilievo online della categoria dei “non consumabili” a causa principalmente della natura dell’acquisto e alla deperibilità dei prodotti. Azioni sul miglioramento della durabilità dei prodotti, sul loro aggiornamento e aggiustamento in base alle nuove modalità distribuzione sono fondamentali e lo vedremo nel corso dell’approfondimento.
Per quanto riguarda invece il fenomeno della servitization, la combo prodotto – servizio si rivela vincente specialmente quando fa perno sulla logica del prodotto di qualità accoppiato ad un servizio peer to peer. L’esempio proposto nel report è quello della logistica i cui numeri, con il boom degli acquisti online i numeri del settore della logistica conto terzi, sono aumentati esponenzialmente. Questa impennata riflette la maggiore richiesta di servizi avanzati a supporto delle strategie multicanale e l’aumento del numero di consegne a domicilio. In Italia, infatti, ben l’82% delle aziende che vende online affida a terzi la gestione dell’ultimo touchpoint con il cliente.

amazonFreshlogisticaLa logistica è comprensibilmente la variabile strategica a cui le startup/PMI dedicano maggior attenzione, sia in termini di costi e sia in termini di efficienza.
Nell’ambito della logistica dell’ultimo miglio, sia le aziende con modello warehouse-to-home che store-to-home (i vari modelli sono spiegati dettagliatamente nel Report) possono verificarsi due situazioni:
a) L’azienda possiede un sistema di trasporto in- house;
b) L’azienda preferisce non curare direttamente la logistica dell’ultimo miglio ma affidarsi a terzi.
Il primo caso è decisamente il meno diffuso, tranne qualche caso sporadico diciamo che ciò si verifica quasi esclusivamente a livello micro. Rientrano nella seconda categoria, invece, tre diverse casistiche che a grandi linee includono tutti i vari settori di attività:
1) le aziende che coinvolgono direttamente società di spedizioni e trasporto merci (UPS, FedEx, GLS, etc);
2) le aziende che ricorrono a incaricati alla vendita autonomi ed automuniti (rappresentanti, agenti o a piattaforme di collaborative consumption);
3) le aziende che si sono affidate ad un ecommerce esterno, in questo caso alla logistica di ultimo miglio penserà Amazon, ricorrendo esso stesso a terzi per il trasporto delle merci.

Come abbiamo specificato sopra, le aziende che producono i consumables preferiscono affidarsi a terzi per le consegne e il coordinamento dei driver.

Nel report viene approfondito il come (quali business model?) e il perché (costi/benefici), nell’ambito della sharing economy, la scelta sempre più conveniente e innovativa sia proprio quella di affidarsi al peer to peer per le consegne. Ecosistema Digitale Q2 è scaricabile gratuitamente dall’area download.

Buona lettura!