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Il Report relativo al primo trimestre del 2016 evidenzia come le fondazioni italiane private finanzino principalmente progetti di innovazione sociale (settore digital health, compreso) perché emerge che il loro compito e la loro missione sono sempre più quelli quelle di abilitare, ovvero stimolare la capacità innovativa delle organizzazioni assumendosi un rischio più ampio rispetto ad altri soggetti. Tuttavia la tendenza delle fondazioni private ad investire sul settore della salute non è riconducibile esclusivamente alla mission “sociale” che ricoprono. Non è certamente un caso, infatti, che anche gli investimenti globali da parte dei venture capital  crescano stabilmente già da tre anni a questa parte. Nel 2014 le operazioni censite sono state 737 con investimenti pari a 11 miliardi di dollari (un 30% in più rispetto all’anno precedente), nel 2015 i deal sono stati  889 e gli investimenti più di 12 miliardi di dollari. Un fenomeno caratteristico che si verifica nel settore “salute digitale” pare essere l’aumento dell’ammontare medio per singola operazione: nei primi 3 mesi del 2015 ogni operazione su startup del settore “digital health” impegnava mediamente circa 15 milioni di dollari. Nel primo trimestre 2016 questo valore medio ha raggiunto i circa 20 milioni per deal. Dai dati del nostro osservatorio il primo trimestre 2016 ha premiato, in termini di finanziamenti ricevuti, le startup digitali che nel settore sanitario si sono focalizzate sulla individuazione dei fattori di rischio individuali e sulle risorse dedicate alla prevenzione e alla promozione della salute.

grafico2Nei grafici qui a sinistra, dove sono riprodotti i trend 2010 – 2015 e il focus sul primo trimestre 2016 (Q1-2016), è già evidente come i primi 49 deal dell’anno abbiano raccolto già quasi un miliardo di dollari americani.

Per quanto riguarda gli unicorni registrati nel settore, troviamo: la californiana Theranos che è al 14° posto nel mondo, con un capitale attorno a 9 miliardi di dollari. La società svolge esami affidabili e veloci su poche gocce di sangue prelevate dal dito. Con questo campione i ricercatori nei laboratori sono in grado di eseguire fino a 70 test differenti su una moltitudine di patologie, fra cui colesterolo alto e cancro.

I risultati sono disponibili in poche ore e a un costo molto contenuto. La founder – Elizabeth Holmes– è stata nominata la miliardaria più giovane del mondo e viene spesso paragonata ad altri visionari della Silicon Valley come Mark Zuckerberg e Steve Jobs.

Segue NantHealth, anch’essa californiana, al 63° posto nella classifica mondiale con 2 miliardi di dollari. ZocDoc, newyorkese, ha invece raccolto, seppur con tempi molto diluiti rispetto alle precedenti (7 anni), quasi 2 miliardi di dollari, posizionandosi così al 70° posto nel ranking mondiale.

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La sede di SharesPost a San Francisco, CA

Tuttavia l’invito è quello di essere prudenti e cauti quando si parla di unicorni. Il 2015, infatti,  è stato un anno meno determinante per le loro exit: delle 70 nuove startup che hanno raggiunto o superato il bilione di dollari (un miliardo di dollari), soltanto 11 hanno concluso il processo di exit. Quando si tratta di IPO l’atmosfera si fa ancor più pesante. Nel mese di gennaio del 2016 le IPO registrate sono state… zero (non succedeva dal 2011)! La (facile!) deduzione è che agli unicorni convenga pascolare nell’Olimpo dei mercati privati, piuttosto che atterrare negli inferi della Borsa. Tanto più che, a differenza dei mercati pubblici in cui la performance di una particolare azione è sempre rintracciabile, per gli unicorni non esistono particolari obblighi dii di divulgazione dei dati finanziari. Già solo in termini di reputation questo “particolare” può fare davvero la differenza.

La bolla (se di bolla possiamo già parlare) è nata con l’ingresso di fondi pensionistici, fondazioni universitarie, hedge funds e anche alcuni investitori del settore retail. Hanno investito sugli unicorni più blasonati sia direttamente sia attraverso nuove borse private come SharesPost a San Francisco: si tratta di borse alternative in cui le regole del gioco favoriscono la manipolazione dei prezzi e la speculazione. Investimenti guidati da una sola ratio, o meglio da un’unica speranza: quella di avere un mercato azionario in crescita, capace di ricompensarli cospicuamente. In Silicon Valley li chiamano «tourist investors» — cioè operatori improvvisati, investitori che fino a pochi anni fa non si occupavano di azioni «private» e che hanno, loro malgrado, contribuito a creare la bolla delle startup.

Il tema è stato ulteriormente approfondito nel Report Ecosistema Digitale Q1, scaricabile gratuitamente nell’area download.